domenica 31 gennaio 2016

No dig gardening, l'orto senza fatica...o quasi



No dig gardening: fare giardinaggio senza scavare, dove scavare sta anche per zappare, vangare o erpicare, fare insomma tutte quelle operazioni di lavorazione del terreno che si ritiene siano necessarie per la buona riuscita di un orto o di un giardino. Impossibile? A quanto pare no.


Tutto comincia, come del resto l'intera filosofia della Permacultura, da Masanobu Fukuoka, un visionario microbiologo giapponese che verso la fine degli anni '30, all'età di 25 anni, decide di abbandonare una promettente carriera come fitopatologo e di ritornare a coltivare la terra di famiglia. Qui getterà le basi di quella che oggi è nota come Agricoltura Naturale o anche Agricoltura del Non Fare. Nel 1958 scriverà e pubblicherà a sue spese un libro che descrive la sua esperienza. Questo libro verrà tradotto in Inglese solo nel 1975 a cura di Larry Kom, uno dei suoi molti studenti, con il titolo di "The One straw revolution", tradotto in italiano come "La rivoluzione del filo di paglia". Per la sua importanza come ispiratore dei principi fondamentali sui quali si basa la moderna Permacultura, Fukuoka, con la sua vita, la sua visione e la sua opera, merita un capitolo a parte. Più di uno a dire il vero.
Dalle intuizioni e dall'opera di Fukuoka, nasce altresì l'Agricoltura Sinergica di Emilia Hazelip, che ha avuto il grandissimo merito di rielaborare il metodo del maestro giapponese per adattarlo al ben diverso clima Europeo e in particolare a quello caldo e secco del Sud della Francia.
Contemporaneamente ai riusciti esperimenti di Fukuoka in Giappone, anche in Europa, principalmente in Inghilterra, così come negli Stati Uniti e in Australia, si comincia a parlare di tecniche di coltivazione che traggono ispirazione dalle antiche pratiche contadine pre industriali. 
F.C. King, capo giardiniere a Levens Hall nel South Westmorland, nel 1946 pubblica un libro dal titolo "Is diggin necessary?" cioè "E' proprio necessario scavare?" e due anni dopo un altro giardiniere, A. Guest, pubblica "Gardening Without Digging" "Fare giardinaggio senza scavare". 
Altro personaggio che riceverà presto, su questo blog, le dovute attenzioni da parte della sottoscritta, è l'eccentrica Ruth Stout, che nel 1961 darà alle stampe il suo libro più famoso "Gardening Without Work" "Giardinaggio senza fatica", nel quale descrive come nel suo orto e nel suo giardino lei non compia alcuna azione tradizionale di lavorazione del terreno, ma si limiti ad aggiungere materia organica quando serve. Stando alle sue parole, "...all'età di 87 anni produco ortaggi per due persone per tutto l'anno, facendo tutto il lavoro da sola e congelando il surplus. Curo diverse aiuole di fiori, scrivo una rubrica settimanale, rispondo ad un impressionante quantità di lettere, sbrigo le faccende domestiche e cucino...e tutto prima delle 11 del mattino." Non è adorabile? E tutto questo grazie al fatto che il suo metodo le fa risparmiare un bel po' di tempo e fatica nell'orto. Merita un approfondimento, non trovate? 
Anche l'australiana Esther Deans si fa promotrice del metodo No Dig e nel 1977 pubblica a sua volta un libro dal titolo "Growing Without Digging" "Coltivare senza scavare" dove illustra la sua tecnica di lasagna gardening, che alternando strati di materiali organici diversi, permette di coltivare ovunque, anche sul cemento!
Tutte queste tecniche, nella pratica anche molto differenti tra loro, hanno un comune denominatore nel riconoscere che tutti gli organismi viventi presenti nel terreno, creano una comunità, una rete di interscambio che è di fondamentale importanza per lo sviluppo, la salute e la produttività delle piante. Affinché questa rete non si spezzi, è necessario che il terreno venga disturbato il meno possibile. E' ormai opinione diffusa che lavorazioni del terreno frequenti e ripetute nel tempo, lo impoveriscano e lo espongano a rischio di erosione da parte del vento e di dilavazione da parte delle piogge, soprattutto su terreni in pendenza. Il terreno si compatta quando piove e si spacca nei periodi di siccità. Inoltre molti dei microrganismi benefici che vivono sotto la superficie, muoiono quando vengono esposti all'aria e alla luce. Terreni impoveriti e maltrattati vengono più facilmente attaccati dalle piante infestanti, richiedendo sempre maggiori quantità di sostanze chimiche per potersene liberare. 
Con il metodo No Dig, si può risparmiare tempo e fatica favorendo i normali processi naturali e lavorando insieme ad essi per raggiungere i nostri obiettivi, oltretutto con risultati migliori. 
Abbiamo già visto, con la tecnica del cippato di ramaglie, come sia possibile costruire fertilità sulla superficie del terreno imitando quello che è il naturale processo di formazione del suolo nelle foreste, cioè la decomposizione e la trasformazione di materiale organico depositatosi nel tempo. Lombrichi e microfauna vengono incoraggiati e, a mano a mano che la loro presenza aumenta, l'aerazione e la struttura del terreno ne beneficiano. Col tempo lo strato superficiale, anche in un terreno inizialmente argilloso, diventa scuro e soffice, con una buona struttura e ricco di sostanze nutritive. Aumenta anche la proliferazione di funghi, come le micorrize, e batteri benefici i quali hanno l'importantissima funzione di trasformare i sali minerali e gli altri nutrienti presenti nel suolo e di renderli disponibili in modo che vengano più facilmente assorbiti dalle radici. Gli ortaggi coltivati in questo modo, spesso crescono più forti e resistenti alle malattie rispetto a quelli coltivati con metodi tradizionali in campi in cui il terreno è stato lavorato in profondità. Soprattutto tuberi e radici sembrano beneficiarne e quando vengono raccolti, pare siano anche più puliti! Altro tempo risparmiato! Anche le piante infestanti smettono di rappresentare un problema: una volta soffocate dall'iniziale strato di materia organica e dalla pacciamatura, faranno solo sporadiche apparizioni, soprattutto a causa dei semi portati dal vento, e sarà facile estirparle una a una.
Insomma, il suolo ha una sua propria vita e se sappiamo trattarlo con il rispetto che merita, lui ci saprà ricompensare.
Come si realizza, quindi, un orto con il metodo No Dig? Io me lo sono fatto spiegare da Charles Dowding, una vera autorità in materia. Mr. Dowding ha alle spalle ben 35 anni di esperienza accumulata coltivando diversi appezzamenti a scopo commerciale. Attualmente in soli 1000 mq coltivati con questo metodo e in modo organico e intensivo, produce più di 1000 kg di lattughe all'anno, destinate al mercato, oltre a svariati ortaggi che invece vende direttamente con il sistema di abbonamento alle cassette settimanali. Ho scelto di seguire i suoi consigli, perché per alcuni anni ha coltivato un appezzamento di terreno nel Sud Ovest della Francia e quindi conosce bene il clima della regione dove anch'io avrò il mio orto, un giorno. Inoltre ha all'attivo ben sette libri sull'argomento, tiene corsi e conferenze e prosegue con i suoi esperimenti. I suoi progressi, successi ed insuccessi compresi, si possono seguire quasi giorno per giorno sul suo sito costantemente aggiornato e ricchissimo di informazioni. 
Stando ai suoi consigli, realizzare un orto con il metodo No Dig, sembra piuttosto facile, almeno sulla carta: bisogna per prima cosa individuare una parte del nostro giardino che riceva almeno 6 ore di luce diretta al giorno. Fate attenzione che non ci siamo alberi o arbusti che possano fare ombra nei mesi invernali, quando il sole è più basso all'orizzonte. Nel caso, se possibile, è meglio eliminarli.
L'ideale, per sopprimere l'erba e le eventuali piante perenni presenti sul terreno senza bisogno di estirparle, è preparare l'area in autunno, spargendo uno spessore di 3/5 cm di compost direttamente sull'erba che va poi coperto con del materiale per pacciamatura. Qui la scelta varia tra teli di politene, cartone spesso o uno spesso strato di giornali. Il tutto andrà tenuto in posizione con dei pesi, ad esempio pietre o mattoni. Ora non resta che aspettare che le radici delle piante erbacee soffochino e muoiano: per le piante annuali potrebbero essere sufficienti due o tre mesi, ma le piante perenni possono richiedere fino a sei mesi. Sollevate la pacciamatura e controllate: se vedete dei filamenti bianchi in superficie, vuol dire che qualche radice è ancora viva. Però le piante saranno bianche per mancanza di fotosintesi e questo indebolirà anche le radici. Ricoprite tutto e aspettate ancora.
Se la pazienza non è il vostro forte, e di sicuro non è il mio, si può in alternativa aumentare lo strato di compost fino a 15 cm e, se la stagione lo consente, procedere immediatamente con la semina o il trapianto. Non è necessario mettere dei giornali o del cartone al di sotto del compost, perché uno strato così spesso è praticamente impenetrabile per ogni pianta, ad eccezione forse dei cardi. In quel caso uno strato di cartone spesso è consigliabile. Anche il cippato di legna torna utile in questa tecnica, solo che se lo si sparge in quantità sufficiente ad uccidere l'erba, cioè ad uno spessore di almeno 15/30 cm, bisognerà attendere circa due anni prima di poterci coltivare qualcosa e anche in quel caso, meglio utilizzarlo per i trapianti che per la semina diretta.
Quindi, ripeto, se abbiamo fretta, l'ideale e uno strato consistente di compost maturo. Può sembrare esagerato, ma Dowding ricorda che fino a prima dell'avvento dei fertilizzanti chimici, era pratica comune aggiungere ingenti quantità di compost e letame per nutrire il terreno. Pratica che è stata quasi completamente abbandonata, dalla fine degli anni 40, in favore dei prodotti di sintesi, che comunque non nutrono adeguatamente tutti gli organismi viventi del suolo, i quali, invece, sono così importanti allo sviluppo ed al benessere delle nostre piante.
Chi ha avuto pazienza ed ha scelto il primo metodo, una volta che compost e pacciamatura hanno finito il loro lavoro, può seminare o trapiantare nello strato di terra scuro. Le radici troveranno da sole la strada verso il terreno sottostante. Dowding ha un terreno argilloso e tutte le sue piante radicano senza problemi, spingendosi persino nei vialetti di servizio, quelli sui quali si cammina e si percorrono con la carriola. Questo perchè un terreno indisturbato, riconquista e mantiene una struttura a nido d'ape, con sacche di aerazione che facilitano lo sviluppo degli apparati radicali.
Lo strato superficiale delle nostre aiuole, andrà sempre mantenuto concimato con il compost che spargeremo una volta l'anno, meglio se in autunno così che le gelate invernali spacchino i grumi più grossi. In primavere sarà sufficiente una leggera lavorazione superficiale per accertarsi che la struttura del terreno sia la più fine possibile e poi si potrà procedere alle semine o ai trapianti. Comunque il compost lo si può spargere in ogni periodo dell'anno, anche in considerazione della stagionalità dei diversi ortaggi: dove abbiamo coltivato i porri o altri ortaggi invernali, ad esempio, si farà in primavera dopo l'ultimo raccolto. Lo spessore sarà sempre dai 3 ai 5 cm e Dowding consiglia di spargere materiale organico, come sfalci d'erba, foglie o compost non ancora maturo, anche sui vialetti di servizio tra le aiuole, perché anche da lì le nostre piante possono trarre nutrimento o trovare umidità, soprattutto se i bordi sono liberi, senza alcun tipo di contenimento. Un'aggiunta di compost all'anno è sufficiente per due raccolti. 
Mi sa che dovremo costruire altri cassoni per il compostaggio!

Grazie per essere arrivati fin qui e arrivederci alla prossima!









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