sabato 23 maggio 2015

Sepp Holzer, il contadino ribelle, e la sua Hugelkultur

La temperatura ideale per coltivare gli agrumi è tra i 12 e i 21°C. Al di sotto dei 12°C vanno in dormienza e smettono di crescere. Questo è il motivo per cui sono coltivati maggiormente nelle zone da temperate a calde del Pianeta. Le temperature medie registrate alla fattoria di Sepp Holzer si aggirano intorno ai 4°C, con punte minime di -13°C durante l'inverno. Ciononostante, i suoi oltre 40 ettari di montagna ospitano qualcosa come 30.000 alberi da frutto tra i quali moltissimi agrumi. Ci troviamo in Austria, nella regione di Lungau, conosciuta anche come la Siberia austriaca. Attraverso lo studio e l'osservazione delle interazioni tra le diverse specie, Holzer è riuscito a creare un sistema dalla resa stupefacente, che favorisce un'incredibile biodiversità, sia vegetale che animale, e che non utilizza alcun prodotto chimico, al contrario dei sistemi agricoli prevalenti.



Cresciuto nella fattoria di famiglia, Holzer cominciò sin da piccolo a sperimentare l'agricoltura naturale, divertendosi ad osservare ogni germoglio che faceva capolino dal terreno e a costruire, illegalmente, stagni per la pesca.  Nel corso della sua formazione accademica, però, gli insegnamenti ricevuti lo persuasero ad abbandonare i suoi esperimenti e ad abbracciare le tecniche della moderna agricoltura, come la potatura degli alberi da frutto e l'utilizzo di fertilizzanti chimici, diserbanti e pesticidi. All'improvviso, le piante che avevano prosperato sotto le sue cure infantili, iniziarono a morire e non ci volle molto tempo prima che il giovane Sepp cominciasse a nutrire seri dubbi sull'efficacia di certe pratiche. 
In aperto contrasto con i suoi insegnanti e con gli altri agricoltori della zona, Holzer riprese a condurre i suoi esperimenti, usando il potere dell'osservazione e la conoscenza che ne derivava come strumenti fondamentali. Imparò quali piante si favorivano o si ostacolavano a vicenda e scoprì come creare differenti microclimi, ad esempio utilizzando le pietre o costruendo laghetti per immagazzinare il calore del sole e restituirlo poi al terreno e all'ambiente circostanti. Il suo approccio assolutamente personale e fortemente indipendente, lo portò a scontrarsi più volte con lo Stato e con le autorità locali e in un caso fu addirittura arrestato per essersi rifiutato di piantare una monocoltura di abeti, preferendo mantenere la biodiversità nella quale ha sempre creduto. Nella maggior parte dei casi, ha però vinto le sue battaglie, guadagnandosi così l'appellativo di " Agro Rebel " . 
Oggi le sue pratiche agricole sono sostenute da numerosi studiosi, tra i quali anche il biologo, ambientalista e direttore del Museo di Storia naturale di Vienna Bernd Loscht, e Holzer ha ormai girato il mondo, invitato ovunque ad illustrare la sua tecnica e a tenere corsi di Agricoltura Naturale. 
Una in particolare tra le molte intuizioni messe in pratica da Holzer nella sua fattoria, sta raggiungendo una discreta popolarità e riscuotendo successo tra gli amanti dell'orto: la Hugelkultur. 
Hugel in tedesco significa montagnola, collina e in questo caso indica un letto di terra rialzato sul quale è possibile coltivare. La sua particolarità è che al suo interno si trovano tronchi e rami di legno vecchio e stagionato che hanno la caratteristica di assorbire e trattenere molta umidità, cosa che rende superfluo annaffiare gli ortaggi coltivati su questo letto rialzato. Quando ne sono venuta a conoscenza ho pensato che sarebbe stato davvero utile costruirne uno nell'orto della casina francese: visto che ancora non abitiamo qui in pianta stabile, non sempre siamo presenti e  quindi non abbiamo la possibilità di annaffiare l'orto in caso di necessità. Se davvero con la tecnica della Hugelkultur i nostri ortaggi possono trovare  nei tronchi seppelliti sotto alle loro radici l'acqua di cui hanno bisogno, allora è proprio la soluzione che fa la caso nostro. Facciamolo!...
Oh....mamma....mia....che....fatica!


Tanto per cominciare, il nostro terreno è in leggera pendenza e quindi abbiamo dovuto scavare una piccola trincea che possa trattenere i tronchi della base. La prima difficoltà nel compiere questa operazione, la si incontra già al momento di infilare la vanga nello spesso strato superficiale composto da erba da pascolo e intricate radici. La sottoscritta non è riuscita nemmeno a scalfirlo, nonostante, con  sacrificio della propria seppur esigua dignità, si sia prodotta in acrobatici esercizi di equilibrio con entrambi i piedi sul bordo della vanga. Nemmeno i dieci chili di sovrappeso hanno fatto la differenza. C'è voluta la forza bruta del maritino per ottenere qualche risultato e arrivare così ad avere una fossa di 9 metri di lunghezza, 60 cm di larghezza e 40 cm di profondità. Io mi sono limitata a sollevare le pesantissime zolle dello strato superficiale e a eliminare i sassi più grossi che affioravano dallo strato di argilla sottostante.


I grossi tronchi da interrare li abbiamo recuperati dalla legnaia dove erano stati immagazzinati dai precedenti proprietari, dunque più di 20 anni fa. Per lo più si tratta di alberi da frutto, meli e peri in prevalenza, ma c'è anche un noce ormai troppo vecchio e pieno di gallerie di tarli per poterlo segare in assi. A questo proposito è utile sapere che non tutti i legni sono adatti a questa tecnica. La robinia, ad esempio, ha fibre troppo dense che rendono il suo legno molto duro e quindi di difficile deperibilità, mentre perché la tecnica della Hugelkultur abbia successo, è essenziale che il legno marcisca, sia per trattenere maggior umidità sia per trasformarsi in concime. Alcune piante poi, come il noce nero, possono risultare tossiche per le altre piante a causa di una sostanza detta juglone che impedisce l'attività enzimatica e quindi lo sviluppo di altre specie. Del resto è noto ai coltivatori quanto sia difficile far crescere qualcosa in prossimità di alberi di noce. Io, però, come dicevo, un noce ce l'ho infilato lo stesso....speriamo bene! Pare che gli alberi più adatti allo scopo siano pioppi e betulle, ma anche i pini vanno bene.


Finito di scavare il fosso, ci abbiamo fatto rotolare i tronchi più grossi che il nostro amico Didier aveva portato sul posto con il suo trattore. Abbiamo poi riempito il fossato di acqua in modo che i tronchi potessero assorbirla a impregnarsi per bene e noi siamo andati a goderci un meritato riposo.


Il giorno seguente, mentre il maritino falciava il prato, ho aggiunto alcuni tronchi di diametro inferiore e poi ho coperto tutto di terra fine, facendo attenzione che riempisse gli spazi vuoti tra un tronco e l'altro. Poi ho continuato ad accatastare rami via via sempre più sottili. Quando sono arrivata allo strato verde, ho pensato di utilizzare i rami giovani di alcuni noccioli, che qui sono praticamente infestanti,  che ostruivano uno dei sentieri di passaggio. Poi mi è venuto il dubbio, vista lo loro vivacità, che potessero mettere radice, così ho optato per lo sfalcio del prato prodotto dall'attività del coniuge. 


Dopo lo strato verde, è la volta delle zolle di terra zappate in precedenza, che vanno distribuite sulla catasta a faccia in giù, ossia con l'erba rivolta verso il basso. Fatto anche questo, si ricopre tutto con la terra più sottile. 





Un sacco di lavoro vero?....e ancora non è finito! ...ma questa è un'altra storia....


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